Caccia al patrimonio disperso della famiglia Martelli
Castello: una tenuta Martelli nella Podesteria di Sesto





La località di Castello, situata nella piana a nord-ovest di Firenze, affonda le sue radici storiche in epoca romana, come testimonia lo stesso toponimo derivato dal termine castellum, l'antico serbatoio dell'acquedotto romano diretto verso la città1. Nel corso del Medioevo, con l’avvento delle podesterie, la località di Castello acquisì maggiore rilievo: ci troviamo nel Popolo di San Michele, nella Podesteria di Sesto, un’area che manteneva una forte vocazione agricola, caratterizzandosi per la presenza di borghi rurali, case da signore e fortificazioni, ma fu tra il Rinascimento e il Settecento che il territorio visse la sua massima fioritura. La scelta dei Medici di stabilire qui le proprie monumentali residenze estive trasformò radicalmente la zona, attirando l'attenzione della principale aristocrazia fiorentina2. È in questo contesto di vivo dinamismo che si inserisce l'interesse della famiglia Martelli, la quale scelse di investire con forza in quest'area strategica per espandere il proprio prestigio politico e sfruttare la straordinaria fertilità di un terreno ricco d'acqua, ottimamente collegato a Firenze e adiacente ai palazzi reali.
Non dimentichiamo che nel 1571 Camilla Martelli, giovane sposa morganatica di Cosimo I, aveva acquistato la villa Le Brache, o di Bellagio, ancora oggi situata a poche centinaia di metri dalla proprietà di cui parliamo. L’imponente villa rinascimentale, tutt’ora in ottime condizioni pur nei numerosi passaggi di proprietà, fu lasciata da Camilla alla figlia Virginia, poi sposa (1586) di Cesare d’Este, futuro duca di Modena.
Tornando ai Martelli, in questa specifica porzione della pianura, l'articolazione della proprietà dei Martelli non si limitava a un solo edificio, ma si sviluppava su due imponenti strutture confinanti lungo l'antico asse di via Vittorio Emanuele. Da un lato vi era il nucleo detto l'Olmo, adibito a fattoria e centro di produzione agricola, mentre dall'altro sorgeva la villa signorile, posta sul lato detto il Cantone. Questa organizzazione duplice spiega perché i registri contabili settecenteschi conservati in Archivio di Stato utilizzino due denominazioni distinte, le quali non indicano proprietà separate ma descrivono un unico grande patrimonio fondiario nel territorio di Sesto Fiorentino3. Nella seconda metà del Settecento, infatti, la famiglia acquistò e unificò queste preesistenze medievali e rinascimentali in una sola immensa tenuta, prima che le demolizioni infrastrutturali del Novecento la cancellassero per sempre.
Per collocare nello spazio attuale queste due strutture dobbiamo fare riferimento alla toponomastica storica e ai successivi sviluppi urbanistici dell'area di Castello4. Il nucleo edilizio sorgeva lungo il vecchio tracciato di via Vittorio Emanuele, nel punto d'intersezione noto come l'Olmo.
La porzione più antica della proprietà coincide con il primo nucleo della fattoria Martelli, un edificio che originariamente conservava l'aspetto medievale di una villa fortificata. Le vicende storiche dell'immobile sono documentate sin dal XV secolo, quando apparteneva ai Barbigi (o Del Barbigia), patrizi di Signa inurbati a Firenze per l'avviamento del capostipite alla professione notarile5. Rimasta nelle mani della famiglia per oltre due secoli, nel XVII secolo la proprietà venne ceduta al conte Agostino Zeffirini – soprintendente alle aziende del cardinale Francesco Maria de’ Medici – in concomitanza con il probabile trasferimento dei Barbigi a Ferrara6. Infine, nel 1696 Luigi del Riccio compila le carte per la trattativa di vendita di Villa Zeffirini a Vincenzo Martelli (1648-1716). Questo decisivo passaggio di proprietà trova puntuale attestazione documentaria all'interno delle carte del fondo Del Riccio. Nei registri è infatti conservata la documentazione redatta da Luigi del Riccio, incaricato di sovrintendere e formalizzare le delicate fasi della trattativa per l'alienazione di Villa Zeffirini, che di fatto – dalla fine del Seicento – era passata alla famiglia Martelli7. Fratello del senatore Niccolò e figlio di quel Marco Martelli (1592 - 1678) che aveva avviato l'espansione e l’abbellimento del grande palazzo familiare di via della Forca a Firenze, Vincenzo si inseriva perfettamente nelle dinamiche economiche familiari. Sotto la sua egida, l'acquisto della villa non rappresentò unicamente un'operazione immobiliare, bensì una precisa scelta di prestigio fondiario. La famiglia vide infatti nell'antica struttura lo snodo perfetto per coordinare i propri affari. Fu qui che nel 1765 presero il via i lavori della cosiddetta "fabbrica nuova" diretti dal capomastro Anton Giuseppe Rossi. Gli interventi si concentrarono sulla modernizzazione dei cortili interni e sulla ristrutturazione della cappella privata, gettando le basi per la successiva unificazione della tenuta.
A poca distanza sorgeva la monumentale struttura che sarebbe di lì a poco diventata una elegante villa signorile, un edificio dall'aspetto profondamente diverso, dominato dai caratteri architettonici tipici del Settecento. Anche questo corpo di fabbrica poggiava su fondamenta antiche: nel 1427 apparteneva a Jacopo di Giovanni ed era una delle molte ville che la famiglia degli Aldobrandini possedeva nella pianura di Castello8. L'immobile rimase agli Aldobrandini fino al 1606, quando passò a Ginevra Aldobrandini, moglie di Bernardo Soldani, erede del fratello Jacopo, Vescovo di Troja9. Da Ginevra la villa andò al figlio, Monsignor Filippo Soldani, ma subì una brusca frattura giudiziaria alla fine del Seicento, quando una sentenza del tribunale la assegnò a Manfredi Macinghi. Il passaggio definitivo ̶ sul piano dell’ammodernamento degli interni della villa ̶ avvenne il 18 giugno 1781, giorno in cui il Magistrato Supremo della città di Firenze vendette formalmente la villa al Senatore Niccolò Martelli, unificando così le due grandi proprietà confinanti. Più tardi, Niccolò Martelli accelerò la metamorfosi degli interni in chiave tardo-barocca. Tra il 1770 e il 1772, lo scultore Stefano Bandinelli fu ingaggiato per realizzare un'imponente opera araldica: un monumentale stemma in pietra serena alto più di due metri, integrato nella facciata su disegno dell'architetto Antonio Rossi10. Il Bandinelli, stimato stuccatore, estese poi il suo intervento all'interno del palazzo, decorando la sala principale con raffinati stucchi11. Il vertice assoluto del valore artistico della villa si raggiunse nel biennio 1772-1773 con la decorazione della grande "galleria". I Martelli si rivolsero al celebre pittore fiorentino Tommaso Gherardini, maestro dell'illusionismo prospettico. Il Gherardini applicò la tecnica del trompe-l'œil per annullare i limiti fisici delle pareti, dipingendo finti loggiati, colonne ed esedre che ospitavano illusioni di statue e bassorilievi monocromatici12. Sulla volta della galleria realizzò un fastoso affresco raffigurante l'Allegoria delle Arti Liberali, tema caro alla cultura illuminista del tempo. Nel 1773 Niccolò Martelli liquidò al pittore un saldo di 7 zecchini d'oro per una serie di piccoli pannelli lignei e decorazioni.
Negli ultimi due decenni del Settecento la villa continuò a essere oggetto di cure. Nel 1780 vennero eseguiti significativi lavori di manutenzione delle strutture, finché nel 1799 Marco Martelli assunse la guida della proprietà concentrando gli sforzi finanziari nel consolidamento statico degli edifici. Per ottenere una valutazione tecnica rigorosa, Marco si rivolse all'architetto Luca Domenico Ristorini, celebre ingegnere già attivo nei cantieri del Granducato di Toscana. I dettagliati sopralluoghi e i rilievi effettuati sul finire del secolo dal Ristorini – lo stesso che troviamo nel palazzo di città ̶ appresentano l'ultima testimonianza d'archivio della gestione patrizia prima dei grandi stravolgimenti economici dell'Ottocento, che videro il progressivo allontanamento della famiglia Martelli da Castello.
Il tragico epilogo del complesso si compì nella prima metà del Novecento. Le due grandi strutture dei Martelli, posizionate in un settore viario strategico e dotate di ampi spazi interni, vennero requisite per ospitare le truppe tedesche (Atto di consegna e inventario delle stanze della Villa di Castello affittate allo Stato per accantonamento di truppa (pratica terminata nel 1949), dal Genio Militare (Precettazione di Castello 21.3.1944) che produssero danni irreversibili (Requisizione e danni truppe alleate sui terreni di Firenze e Barberino di Mugello). Le splendide architetture, così come gli interni le cui decorazioni erano state curate con scrupolo negli anni addietro, furono sacrificate, gli stucchi del Bandinelli e gli affreschi del Gherardini subirono un rapido deterioramento. Il definitivo annullamento di questa memoria storica si consumò quando le autorità decisero l'allargamento e la rettifica degli assi stradali della zona: sia la fattoria che la villa vennero sacrificate per le esigenze del Genio. Gli ultimi atti sono registrati nel 1971 (14.5.1971, rep. 37138) quando il notaio Vincenzo Chiurazzi notifica l’avvenuta vendita da parte di Caterina e Francesca Martelli di tutti i mobili ed arredi della Villa di Castello, da loro ereditata alla morte del padre Carlo (1945).
Oggi, la fattoria dell’Olmo è identificabile tra via Reginaldo Giuliani e le immediate adiacenze di via di Castello: al centro una moderna strada asfaltata e ai lati un edificio che mantiene solo nei suoi rivestimenti esterni le antiche sembianze settecentesche. Anche la vicina cappella votiva è stata inglobata all’interno di un complesso residenziale privato. La villa signorile del Cantone è stata totalmente sostituita da moderni appartamenti. Se si sovrappongono le mappe ottocentesche alla viabilità moderna di via Sestese, si ottiene la prova di come lo sviluppo infrastrutturale del Novecento abbia letteralmente cancellato le particelle catastali che un tempo costituivano il cuore della tenuta.
Cristiana Danieli
1 P. Villari, Le origini del Comune di Firenze, Firenze 1989.
2 G. Belli, Le Ville Medicee. Guida Completa, Firenze 2008; Z. Ciuffoletti, L. Rombai (a cura di), Grandi fattorie in Toscana, Firenze 1980.
3 Archivio di Stato di Firenze, Fondo Martelli.
4 Catasto Leopoldino, https://www502.regione.toscana.it/geoscopio/castore.html
5 R. Ciabani, B. Elliker, E. Nistri, Le Famiglie di Firenze, Firenze 1992, pp. 508-510.
6 ASFi, Fondo Mediceo del Principato, Carteggi dei Principi delle Granduchesse e delle Principesse, v. 204 (1554 lug. 14 - 1556 ago. 22), in Ministero dell'Interno, V-XXXIII, Pubblicazioni degli Archivi di Stato I. Roma, 1966.
7
Archivi storici delle famiglie, Archivio del Riccio, fasc. Atti patrimoniali, in busta cc. 9, 56-2.
8 G. Carocci, I dintorni di Firenze. Vol. I: Sulla destra dell'Arno, Firenze 1906, pp. 310-315.
9 D. Fiaschi, Le dimore storiche di Castello: architettura e passaggi di proprietà dal XV al XIX secolo, Firenze 2011, pp. 78-82.
10
N. Pedot, Architetti e maestranze nella piana di Castello nel Settecento, Firenze 2015, p. 98.
11 R. Roani Villani, Stefano Bandinelli e la decorazione plastica nelle ville del contado fiorentino, in «Paragone. Arte», XLV, n. 531, 1994, pp. 67-75.
12 S. Bellesi, Studi sul pittore Tommaso Gherardini (1715-1797), in «Antichità Viva», XXXVI, n. 2-3, 1997, pp. 88-95.